L'unico vaccino che avremmo dovuto ritrovarci in circolo, senza averlo mai iniettato, è quello contro il panico e la paura. La follia del Covid, tra buona fede e malafede, virologi veri e falsi, azzeccagarbugli e premi Nobel che alla fine hanno trasformato una pandemia in una religione, disconoscendo le ragioni del dubbio alla scienza e trasformandola in magia, non ci ha insegnato invece proprio niente. È bastato un topo in Argentina e un ornitologo che osservava gli uccelli in una discarica per far ricadere gli italiani nel circo mediatico e linguistico dell'apocalisse pandemica. Non esagero affatto, me ne frego dei topi e dell'Hantavirus, ma i sintomi di quel male ci sono già. Le parole sono le stesse, da quarantena a mascherina, fra un po' qualcuno tornerà anche a parlare di lockdown. I virologi, come fattucchiere, si sfregano già le mani aspettando di riattaccarsi a Skype per pontificare sul sorcio maledetto che ci sta per aggredire dal fondo di una fogna dall'altro capo del mondo. Non sappiamo nemmeno se in Italia ci sia un caso su sessanta milioni di cristiani che crepano per mille ragioni un tanto al minuto. Eppure viene già lanciato l'allarme mentre i medici stanno ancora facendo i tamponi al malcapitato paziente zero e mettendo in isolamento turisti entrati in contatto con infetti. Di sicuro c'è già un virus che è tornato fastidioso come un ronzio e non è quello dei topi, ma la «covidite acuta», perché in questo Paese strampalato c'è qualcuno che ha nostalgia di quegli anni, che per me sono i peggiori. Non per la salute pubblica, ma per la salute mentale di chi li ha interpretati e trasformati in una maledizione che ritorna appena può. Un mantra. Lo stesso nel nome del quale, scopriamo alla faccia dei topi, che abbiamo anche sperperato miliardi pubblici durante quei governi, con la scusa di ripartire. E, invece, siamo ladruncoli e ossessionati come prima.
Un vaccino contro la paura
Scritto il 13/05/2026
da Tommaso Cerno

