Non è di certo un segreto che la Disney sia una casa di produzione e distribuzione family friendly, sempre attenta ad “accontentare tutti”, al punto che le ultime produzioni hanno inseguito l’inclusione a tutti i costi, portando a risultati alquanto deludenti come nel caso de La Sirenetta e il live action di Biancaneve. Proprio per questo bisogno quasi spasmodico di annullare il conflitto o di rendere tutto piacevole, i molti fan dell’universo Marvel si sono detti preoccupati alla notizia che tutto il mondo seriale targato Marvel si sarebbe spostato su Disney+ dopo il tanto successo riscontrato su Netflix. Una preoccupazione che è emersa di nuovo quando sul servizio streaming di casa Disney è uscita la nuova stagione di Daredevil: Born Again, che secondo alcuni spettatori, non è stata in grado di tenere il passo e la qualità dei primi episodi mandati in onda su Netflix. E la paura si è acutizzata quando è stato annunciato lo speciale di The Punisher, dal titolo The Punisher: One Last Kill, disponibile dal 13 maggio su Disney+.
Nato nel 1974 nel mondo dei fumetti, il personaggio di Frank Castle/The Punisher ha irretito migliaia di spettatori della nuova generazione che hanno riconosciuto la figura dell’antieroe tormentato ma affascinante nell’interpretazione che ne ha dato Jon Bernthal. La sua prima apparizione risale alla seconda stagione di Daredevil, nell’ormai lontano 2016, riuscendo a ottenere così tanto successo da meritarsi due serie interamente dedicate al veterano dell’esercito statunitense che torna a casa solo per scoprire che tutta la sua famiglia è stata uccisa. Con gli anni - e come è emerso anche in Daredevil: Born Again - The Punisher ha finito col diventare il simbolo di un ex eroe che ha lasciato vincere la sua parte più oscura quando si è reso conto che la giustizia privata era l’unico strumento che aveva per vendicarsi di un crimine abietto e terribile. In un sistema che mostrava tutte le sue debolezze, Frank Castle ha finito col diventare il simbolo di un fallimento culturale e sociale. Trasformandosi in ciò a cui dà la caccia, l’uomo ha smesso i panni di soldato ed è diventato un moderno Edmond Dantès. La sua vendetta, però, non è cerebrale o strategica, ma passa attraverso una violenza che diventa un biglietto da visita del personaggio.
La violenza come reazione a un mondo sempre più marcio
Ed è proprio la violenza il punto da cui prende il via il nuovo speciale, che Jon Bernthal ha co-scritto col regista Reinaldo Marcus Green. Lo speciale si apre con Frank Castle che sembra essere devoto solo all’autodistruzione. Il suo corpo non è più uno strumento per combattere il male, ma una prigione che lo obbliga a fare a pugni con tutti i suoi sbagli e con tutti i demoni che hanno divorato la sua felicità. Intorno a lui c’è un mondo brutale, dove l’empatia è una rarità e le persone fanno del male senza motivo, ma per il semplice fatto di essere liberi di dare sfogo ai propri lati peggiori. Così c’è un cane che viene buttato sotto un camion senza motivo, senzatetto che vengono pestati e padri di famiglia che vengono molestati solo perché il sistema ha fallito. In un mondo dove non c’è protezione e non c’è bellezza, Frank appare all’inizio come uno zombie, un uomo che sembra stanco di combattere. Tuttavia, un incontro fortuito e un evento imprevedibile lo costringono a tornare letteralmente in strada, un borsone pieno di armi e dita pronte a stringere mazze, in mezzo a un’umanità che di umano non ha più niente.
Ed è così che il pubblico ritrova il “suo” Frank Castle. A differenza dei tanti eroi - Capitan America, Iron Man o lo stesso Daredevil, che inseguono il sogno del Bene e si fanno guidare da una morale molto americanizzata - Frank Castle appare come l’eroe del nichilismo. Sa che la società non ha più dei veri valori e invece di nascondersi dietro una morale che fa acqua da tutte le parti, The Punisher decide di passare all’azione. A lui non serve chiedere il permesso né chiedere scusa. Una volta che la macchina della violenza è riportata in vita, Frank ci si butta a capofitto. E non importa che le sue mani siano sporche di sangue, non si preoccupa di perdere il sonno per l’omicidio di persone abiette o violente. Il bisogno di vendetta lo ha trasformato in una macchina che non si cura del buonismo, che non vuole dare una buona impressione. Pur essendo un uomo fragile, verso cui la nostra empatia parte senza sforzo per colpa di quello che gli è successo, Frank ha una sua unica morale: se il sistema è marcio, tanto vale distruggerlo. Gli eroi vogliono salvare il mondo, Frank invece vuole farne una strage. E in questa messa in scena è chiamato in causa anche lo spettatore. Chi guarda sa che le azioni di Frank Castle, prese di per sé, rappresentano un’anarchia totale che non dovrebbe trovare spazio in una società civile. Allo stesso tempo, però, non si può fare a meno di stare dalla sua parte. Perché quelle azioni sono il grido di battaglia di chi si sente abbandonato da tutti, costretto a far fronte a una male che sembra impossibile da sconfiggere.