Gli scienziati del Baylor College of Medicine hanno scoperto che aumentare i livelli di Sox9, una proteina che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’attività degli astrociti durante l’invecchiamento, ha migliorato significativamente la capacità di queste cellule cerebrali di rimuovere le placche amiloidi tipiche dell’Alzheimer.
Questo processo integrato, che aiuta a preservare la memoria e la capacità di pensiero, può rappresentare una potenziale strategia terapeutica basata su un rafforzamento del sistema di supporto del cervello per rallentare il declino cognitivo nelle malattie neurodegenerative. Lo studio è stato pubblicato su “Nature Neuroscience”.
Il morbo di Alzheimer
Con circa 1,4 milioni di malati in tutto il mondo, il morbo di Alzheimer è la patologia neurodegenerativa più diffusa in assoluto. Si caratterizza per una progressiva e irreversibile perdita delle funzioni cognitive e nella maggior parte dei casi colpisce soggetti over 65.
I diversi gradi di atrofia del cervello comportano una degenerazione continua, una riduzione della reattività dei neurotrasmettitori e diverse anomalie del tessuto cerebrale. Si pensi, ad esempio, ai depositi di beta-amiloide, alle placche senili e ai livelli elevati di proteina Tau.
Una combinazione di fattori genetici e ambientali
Attualmente la precisa causa dell’Alzheimer è sconosciuta, tuttavia la scienza ritiene che il 70% del rischio di svilupparlo sia legato a fattori genetici. Alcuni geni specifici, come APOE, aumentano la possibilità di insorgenza della demenza. Altri geni incriminati sono APP, PSEN1 e PSEN2.
Oltre alla genetica non si devono sottovalutare altri aspetti essenziali, tra cui i fattori ambientali e quelli comportamentali. Attenzione, dunque, al diabete di tipo 2, all’ipertensione, all’infiammazione cerebrale, ai traumi cranici e alla scarsa attività intellettuale.
Gli astrociti e la funzione cerebrale
Gli astrociti sono cellule che svolgono compiti essenziali per il normale funzionamento del cervello, tra cui facilitare la comunicazione cerebrale e l’immagazzinamento della memoria. Con l’avanzare dell’età essi vanno incontro a profonde alterazioni funzionali.
Per comprendere meglio come gli astrociti cambiano nel tempo e in che modo tali variazioni sono collegate con l’Alzheimer, i ricercatori hanno focalizzato l’attenzione sulla proteina Sox9 perché controlla l’attività di molti geni negli astrociti invecchiati.
Lo studio
Nello specifico il team ha manipolato l’espressione del gene Sox9 al fine di valutarne il ruolo nel mantenimento della funzione degli astrociti nel cervello invecchiato e nei modelli murini di Alzheimer.
Sono stati utilizzati modelli murini che avevano già sviluppato un deficit cognitivo, come quello della memoria e che avevano placche amiloidi nel cervello. Gli studiosi hanno quindi aumentato o eliminato Sox9 nei topi e monitorato le loro prestazioni cognitive per sei mesi.
Gli animali sono stati valutati in base alla loro capacità di riconoscere oggetti e ambienti familiari. Al termine dell’indagine è stata misurata la quantità di placche amiloidi che si erano accumulate nel cervello.
Risultati e prospettive future
I risultati hanno rivelato un netto contrasto. I livelli più bassi di Sox9 hanno portato a un accumulo più rapido di placche amiloidi, a una struttura degli astrociti più semplice e a una loro minore capacità di eliminare le placche.
L’aumento di Sox9, al contrario, ha generato un incremento dell’attività degli astrociti, ha migliorato la loro complessità strutturale e, infine, ha promosso la rimozione delle placche amiloidi.
Bisogna sottolineare che i roditori con livelli più alti di Sox9 hanno mantenuto una migliore funzione cognitiva. Ciò suggerisce che l’attivazione degli astrociti può aiutare a rallentare il declino mentale associato al morbo di Alzheimer.
Gli scienziati ribadiscono che è necessario condurre ulteriori ricerche. Tuttavia i risultati fanno ben sperare e aprono la strada a nuove terapie che mirano a sfruttare gli astrociti come difesa naturale contro le malattie neurodegenerative.