Niente incentivi pubblici a chi sottopaga i lavoratori. La promessa del presidente del consiglio Giorgia Meloni si ritrova, integra, nel Decreto Primo Maggio, quello per intenderci che sbarra la strada a chi ricorre a contratti al ribasso (nella foto il ministro del Lavoro, Marina Calderone). A quei datori di lavoro che sfruttano, il governo impone di adeguarsi al trattamento economico complessivo previsto dai contratti "veri", che comprendono il trattamento economico complessivo percepito dal lavoratore. Ma alcune ricostruzioni fuorvianti, foraggiate dalla solita narrazione anti governativa della Cgil, non la raccontano giusta e provano a gettare fango su una misura che davvero è dalla parte dei lavoratori.
Si prendano gli strali apparsi ieri su Repubblica contro il decreto, accusato di non rappresentare uno stop ai cosiddetti contratti pirata, anzi, di esserne un moltiplicatore. Vengono citati due casi che però giungono a conclusioni affrettate e sbagliate, dipingendo un quadro che, semplicemente, non c'è. Il primo riguarda l'impresa che applica un contratto sottosoglia: essa rinuncerebbe all'incentivo per continuare a competere al ribasso, ma tale caso è quello che accade dal Jobs Act in poi, ed è inevitabile finché l'articolo 39 resta inattuato. Dunque il Decreto Primo Maggio non c'entra.
O si cambia la Costituzione migliore del mondo e si dice che esistono alcuni sindacati il cui contratto va applicato, oppure se ne creano uno al giorno. Il legislatore, non potendo vietare contratti collettivi di sindacati minori, incoraggia così la scelta dei contratti più rappresentativi avvantaggiandoli in termini normativi: dice che i benefici per i lavoratori possono essere ricevuti da quelle imprese che applicano contratti con validità comprovata. Ecco che sui contributi il datore non può fare il furbo, come sostiene la Cgil.
Il secondo caso riguarderebbe chi tenta di prendere il bonus ma integrando solo il trattamento del lavoratore assunto e senza riallineare anche gli altri dipendenti. In questa fattispecie va citata una recente sentenza del Consiglio di Stato, la n. 9754 del 2025, che riguarda il ricorso avanzato da una società cooperativa contro il Ministero degli Esteri nei confronti di un'altra società cooperativa in cui sostanzialmente si dice che non è possibile rispettare il TEC (trattamento economico complessivo) o il TEM con il superminimo individuale. Queste voci non possono essere sostituite con un super minimo. Ovvero secondo la sentenza "gli aumenti retributivi previsti dal contratto collettivo non si sommano al super minimo individuale previsto dal contratto collettivo ma lo assorbono, riducendolo in tutto o in parte. Si tratta di un ulteriore elemento che impedisce di ritenere che il super minimo specie se di entità non minimale, come nel caso di specie possa essere considerato equivalente alla retribuzione tabellare riconosciuta dalla contrattazione collettiva".
Il rischio sbandierato dalla Cgil, ovvero che l'azienda in questione potrebbe pareggiare il TEC per il solo neoassunto, è un'iperbole e non esiste, dal momento che è trattamento complessivo. Probabilmente è verosimile la tesi che, non essendo riusciti i governi passati a fare qualcosa di utile per i lavoratori (tranne abolire la povertà), oggi opposizioni e sindacati tentino di azzoppare mediaticamente il decreto Primo Maggio. Ma sbagliando metodo e merito.