Domani mattina Leone XIV è atteso alla Sapienza di Roma dove terrà un discorso nell'Aula Magna. Rivedere un Papa nell'ateneo romano riporta inevitabilmente al gennaio 2008, quando una lettera firmata da 67 professori e l'annunciata mobilitazione degli studenti più politicizzati fece saltare l'arrivo di Benedetto XVI all'inaugurazione accademica. Non tutti ricordano, però, la figuraccia fatta all'epoca dal governo Prodi che suggerì alla Santa Sede di rinunciare alla visita per il clima di protesta, addirittura proponendo di inventare un malanno «diplomatico» del Papa per non dare all'opinione pubblica l'idea di un'incapacità delle autorità a garantire l'ordine pubblico. Una scappatoia rifiutata sdegnosamente dal Vaticano che era stato convinto al passo indietro solo per evitare incidenti. Ne nacque uno scontro tra Palazzo Chigi e la Conferenza episcopale italiana, allora guidata dal cardinale Angelo Bagnasco. E proprio a lui abbiamo chiesto di commentare la visita di Prevost e il precedente della censura ai danni di Ratzinger.
Eminenza, la visita di Leone XIV alla Sapienza arriva dopo gli incontri negli atenei durante il viaggio apostolico in Africa quando ha invitato gli studenti a non cadere nella «comprensibile tendenza migratoria». Il Papa vuole aprire un canale privilegiato con gli studenti?
«Le parole del Papa agli studenti africani sono state illuminanti. Riguardano non solo il mondo universitario nei Paesi africani che ha visitato, ma anche di qualunque regione e ricordano anzitutto non solo il diritto di andare altrove nel mondo, ma anche il diritto di restare nella propria terra. Per restare, però, bisogna poterci restare, e ciò dipende anche dal grado di sviluppo socio economico, dalle possibilità di impiego, dalle prospettive legittime. Questo chiama in causa lo sforzo di tutti gli Stati in una logica di solidarietà globale non di colonialismo moderno. Ma oltre al diritto espresso, vi è pure, in quelle parole, l'amore al proprio Paese e la responsabilità di spendere le proprie energie, capacità e talenti perché la società di origine cresca al meglio per tutti, sapendo che anche la cultura scientifica e umanistica contribuiscono al benessere generale».
Questo messaggio vale solo per l'Africa?
«No, queste parole valgono anche per l'Occidente, dove la tendenza dei giovani a migrare per spendere meglio la propria preparazione e le competenze è abbastanza diffusa. Anche qui vale il diritto di andare ma anche quello di restare e di ritornare».
Lei fu testimone diretto della censura a Benedetto XVI alla Sapienza. Diciotto anni dopo, come ricorda quei giorni?
«L'avere allora impedito a Benedetto XVI di inaugurare l'anno accademico alla Sapienza è stato qualcosa di molto triste che ha fatto il giro del mondo. Una vergogna di chiusura intellettuale e di intolleranza ideologica. Un episodio di democrazia calpestata da chi ha paura dell'intelligenza e della mitezza. Non è forse, questo, oscurantismo? Tutto il contrario della vocazione universitaria: allargare la ragione per cercare le verità sensibili e sovrasensibili».
Le autorità italiane cercarono di persuadere Benedetto a cancellare la visita con una scusa. Lei era presidente della Cei: si voleva impedire che l'episodio divenisse emblematico del clima di intolleranza in Italia nei confronti della Chiesa?
«La Chiesa non si nasconde. Vive il plauso o la critica, l'accoglienza o la contestazione guardando al Signore e amando tutti. La fede si purifica e cresce nelle difficoltà. Tra papa Benedetto impedito, coloro che l'hanno rifiutato, e quanti hanno avuto paura, dov'è stata la luce? Molti, di fronte al fatto, si sono fortificati nella fede».
Ebbe modo di parlare con Benedetto XVI di quell'episodio?
«No, ma sono certo che Benedetto ha fatto di quell'episodio una preghiera gradita a Dio per tutti. Sapeva che i vescovi italiani con l'affetto di sempre, e moltissimi laici - credenti o meno gli erano accanto con stima e ammirazione».